Composite su immagine franckreporter @iStock (2017)

La cosiddetta web tax in salsa europea si basa su un principio: i profitti fatti nei paesi Ue dovrebbero essere tassati all’interno dell’unione. Sembra banale ricordarlo, ma non lo è: in Europa, e anche in Italia, vale (per ora) solo per le imprese tradizionali.

L’economia digitale in tutti questi anni ha vissuto, invece, in una sorta di limbo, dove si fattura in un paese e si pagano le tasse in un altro, magari in un paradiso fiscale.

Ecco perché Bruxelles vuole estendere il principio che vale nell’economia reale all’economia digitale.

I numeri

Il dominio del web si spiega non solo con la diffusione degli smartphone e delle connessioni internet più veloci: di mezzo ci sono anche i balzelli.

Che per le web company sono davvero bassi: la differenza è tra un’aliquota di oltre il 20% nei settori retail tradizionali rispetto all’8,5% del digitale, una disparità che avvantaggia i GAFA (l’acronimo orrendo che sta per Google, Amazon, Facebook e Apple) rispetto alle imprese tradizionali attive nel commercio al dettaglio, soprattutto per le piccole e medie.

Così, almeno, la pensa Bruxelles e molti Stati della Ue, tra cui l’Italia, che sul fronte web tax è sempre stata all’avanguardia. E non a torto, per un certo punto di vista.

La Commissione europea, in un rapporto, ha elencato qualche dato: dal 2008 al 2016 l’intero settore retail tradizionale nell’Unione europea è cresciuto del 1%, mentre i cinque colossi del settore dell’e-commerce viaggiavano al 32% (sono elebaorazioni su dati Eurostat e Bloomberg). Quanto al peso sull’economia globale, basti pensare che in termini di valori di Borsa il tech ora vale il 54% del mercato dal magro 7% del 2006.

Il nodo delle filiali

Ma c’è un problema per l’erario dei vari paesi dell’unione: la presenza fisica nei vari paesi Ue delle aziende della web economy. Il Fisco può riscuotere solo se c’è una filiale e si sta dibattendo sulla definizione di “stabile organizzazione”.

Molte, anzi quasi tutte, hanno in Italia uffici che risultano (spesso solo sulla carta) operativi per il marketing e il supporto ai clienti, mentre le attività prettamente commerciali (quelle che permettono di fatturare) farebbero capo alle filiali basate su paesi a fisco agevolato, come l’Irlanda o il Lussemburgo.

Uno stratagemma che ha permesso ai colossi americani del web di dribblare l’Agenzia delle entrate e il Fisco degli altri paesi Ue e di portare a casa guadagni niente male, visto che fatturano in media il 60% fuori dagli Stati Uniti e pagano solo il 10% di tasse fuori confine, mentre i 28 paesi membri nel 2013-2015 hanno perso 5,4 miliardi di euro in mancati versamenti da parte di Google e Facebook.

Le soluzione della Ue

Bruxelles sta correndo ai ripari ripensando le teorie sull’imposizione fiscale. Le imprese digitali, infatti, hanno enormi vantaggi rispetto alle tradizionali dal punto di vista fiscale: si basano in misura rilevante sui cosiddetti asset intangibili ed essendo quasi per definizione tranfrontaliere, possono utilizzare i regimi fiscali a loro più favorevoli.

Tuttavia, sfruttano (al pari delle altre) le reti, le infrastrutture e le istituzioni di un paese Ue, senza pagare tasse da nessuna parte. Per questo la Commissione europea, che presenterà un documento al Consiglio Ue del 29 settembre, ha proposto tre soluzioni di breve termine, in attesa di un accordo globale: una tassa sul fatturato che le imprese digitali registrano in un dato paese; una ritenuta alla fonte sulle transazioni digitali; e un’imposta da applicare alle attività digitali, servizi offerti o pubblicità raccolta.

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