La guerra assurda del Corno d’Africa

Da più di un anno Etiopia ed Eritrea si contendono una zona di confine. Finora il conflitto ha fatto oltre cinquantamila morti, e la pace sembra ancora lontana.

AUDREY GILLAN. THÈ OBSERVER, GRAN BRETAGNA

Zemichael Tezfaledet vuole vedere sua madre. Ha solo 17 anni ed è prigioniero di guerra in un campo ad alcune ore di cammino dalle trincee, dove da sedici mesi si fronteggiano Etiopia ed Eritrea. Originario della regione di Hamasien, nell’Eritrea centrale, Zemichael si è arruolato nell’esercito quando aveva appena 16 anni. Ha combattuto per nove mesi sui campi di battaglia lungo la frontiera tra i due paesi, prima di essere catturato a febbraio di quest’anno dopo la battaglia di Badine, una delle più brutali di questa guerra insensata. Come le centinaia di uomini e donne rinchiuse nel campo, Zemichael è stato testimone del massacro di migliaia di persone di entrambe le parti. Ha visto cadere i suoi compagni, vittime delle tattiche disperate, da Prima guerra mondiale, messe in atto da due paesi che in passato avevano combattuto uniti contro la dittatura di Menghistu Hailé Mariam. Ora il ragazzo si dice più felice di aspettare la fine della guerra da prigioniero anziché tornare a combattere nelle trincee.

Con appena 3,5 milioni di abitanti, l’Eritrea ha reclutato i suoi soldati tramite una chiamata alle armi obbligatoria. L’esercito è stato accusato di avere chiuso un occhio sull’età dei suoi soldati. Alcuni – come Zemichael che ha fìnto di essere il fratello maggiore, malato – hanno mentito a causa della povertà o di altre circostanze. Molti si sono poi pentiti di avere ceduto alla promessa di un paio di scarpe e uno stipendio regolare.

Lungo la strada accidentata che porta al campo, tra le montagne dell’Etiopia, Netsannet Asfaw, deputato e inviato del governo al fronte, ci avverte che non farà il nome della località, salvo dire genericamente che si trova a sud della città di Macallè, nel Tigre. Il campo ospita circa 300 prigionieri e gli etiopi, sempre attenti a non fornire numeri, dichiarano che esistono altri centri di detenzione sparsi nel paese.

Al campo è l’ora della ginnastica e alcuni prigionieri giocano a pallavolo al centro del cortile polveroso, mentre altri saltano tra alcune corde. Quelli che non stanno troppo bene siedono e osservano.

Lontani dal fronte

Nonostante la prigionia, lo stato d’animo generale sembra buono. Questi soldati sono lontani dal fronte e non devono uccidere: l’unica battaglia è per chi non ha saltato abbastanza velocemente o non ha preso la palla. Nel capannone, che funge da ospedale di fortuna, si può vedere la realtà della guerra negli occhi dei feriti gravi che giacciono su delle specie di materassini di spugna, in attesa di essere assistiti dai medici e dagli altri compagni di prigionia. In un angolo c’è Adhanon Zeragber, 18 anni, gravemente ferito a entrambe le gambe, una delle quali sembra non voler guarire. È ingrassato molto perché non fa movimento. Dichiara: “Desidero solo una soluzione pacifica a questa guerra, non voglio che vada avanti a lungo. Non è una guerra giusta, stanno morendo troppe persone, da entrambi i lati”.

Ma una soluzione pacifica non sembra molto probabile. Nonostante gli sforzi internazionali per giungere a una soluzione, i massacri proseguono. Più di 50mila soldati di entrambe le parti sono morti in battaglia, mentre sia Etiopia sia Eritrea continuano a essere convinte di essere vittime di un’invasione. Quella che era cominciata come una scaramuccia di frontiera tra paesi confinanti è sfociata, per stessa ammissione delle parti, in una guerra “assurda”.

In passato i due paesi sono stati alleati. Gli eritrei hanno aiutato l’Etiopia a rovesciare il regime di Menghistu e nel 1993 hanno vinto la loro lunga battaglia per l’indipendenza. La frontiera tra i due paesi, per lo più brulla e desolata, non è mai stata chiaramente delineata, ma questo non è stato un problema fino al maggio del 1998, quando sono scoppiati i primi combattimenti nell’area di Badme.

L’Etiopia, che amministrava l’area, ha accusato gli eritrei di avere invaso il suo territorio e ne ha chiesto il ritiro. L’Eritrea ha ammesso di avere sconfinato ma ha dichiarato di averlo fatto per riprendersi il suo territorio.

Welder Rafael ha 51 anni ed è la testimonianza vivente delle lotte in questa parte del Corno d’Africa. Ha combattuto come soldato per la maggior parte della sua vita adulta e ora è in questo campo da sei mesi.

Dopo aver combattuto a lungo a fianco degli etiopi, gli dispiace che ora siano nemici. “Tutto questo mi rende triste”, dichiara. “Non sono nuovo alla guerra. In quella passata non sono mai stato triste perché lottavamo per una causa che ritenevamo giusta. Ma qui è diverso. Questa guerra mi rende terribilmente triste perché non è giusta”. (n.m.)