Costruire un’amicizia con Cristo

Pubblichiamo in questo numero, nello spazio dedicato a Net ’98, un’intervista a Dwight Nelson, pastore della Pioneer Memorial Church della Andrews University. Da questa sede Nelson condurrà il programma di conferenze che saranno trasmesse via satellite a partire dal 9 ottobre. L’escatologia è stata tradizionalmente una parte significativa dell’evangelizzazione avventista; alcuni criticano la forte enfasi, talvolta di impronta sensazionalistica, che si dà agli eventi della nostra epoca. Condividi questa preoccupazione?

“Chi ha fatto evangelizzazione usando le bestie apocalittiche e l’enfasi sulle profezie è stato uno strumento potente nelle mani di Dio, e non è mio compito porre in secondo piano questo approccio neppure per un istante. Net ’98 si rivolgerà allo stesso mondo, alla stessa civiltà, ma sposta intenzionalmente il suo centro di attenzione dall’apocalittica al piano relazionale; questo, semplicemente perch‚ credo che oggi stiamo assistendo al passaggio della generazione in assoluto più frammentaria della storia del nostro pianeta. Mi sono preso un’estate sabbatica per studiare questo soggetto, la Generazione X. Una generazione che proviene da famiglie spezzate. Una generazione che ci presenta ragazzi ‘chiusi a chiave’. Una generazione che si è formata in famiglie fortemente disfunzionali. Una generazione che ha a che fare con la più grave instabilità economica, unita a una forte disfunzionalità sociale. E in aggiunta, tramite MTV, tutto il pianeta è immerso nello stesso ambiente mentale – la frammentarietà, la rottura delle relazioni, non sono elementi che caratterizzano solo la società degli Stati Uniti. Le stesse caratteristiche si ripetono a livello globale: a Tokyo come a Mosca o a Bonn. Se mai una generazione è stata disposta da Dio ad ascoltare il suo appassionato appello per una relazione personale d’amicizia con lui, questa generazione è quella odierna. E’ venuto per noi il tempo di considerare seriamente ciò che Ellen White scrisse in Christ’s Object Lessons: ‘Gli ultimi raggi della grazia, l’ultimo messaggio di salvezza che sarà dato al mondo sarà una rivelazione del suo carattere d’amore’. Net ’98 vuole costruire un’immagine relazionale di Dio; da questa immagine, che è destinata a instaurare una relazione personale, ci sposteremo attraverso le ventose cime dell’apocalittica biblica, e troveremo quel Dio d’amore che è al centro dei più importanti insegnamenti e delle principali profezie”.

Riguardo alla prima edizione di questo programma, Net ’95: hai detto che quando hai sentito di questa iniziativa, hai pensato che non avrebbe funzionato. Perch‚ ha funzionato per alcuni?

“Quando abbiamo pensato di realizzare il programma alla Pioneer Memorial Church della Andrews University, ho detto: ‘Ma chi verrà a vedere uno schermo? Nessuno!'”. Vi sono due ragioni per cui la gente verrà. Numero uno, la ragione più forte è che sarà il potere dello Spirito Santo a portarli. Noi siamo attratti solo quando è Dio ad attrarci. Numero due: sembra che la gente che vive nell’era dell’alta tecnologia non sia più respinta da ciò che abbiamo considerato un mezzo impersonale, lo schermo video. Il motivo si può trovare in un fatto reale, e cioè che le persone sono oggi attratte dalla tecnologia e preferiscono un rapporto di anonimato con una persona che parla loro da uno schermo, anche se sono ancora in grado di penetrare intellettualmente il contenuto della conferenza. Io non pensavo che avrebbe funzionato, ma ha funzionato”.

Ora, tu non ti aspetti che questo mezzo funzioni per tutti…

“Assolutamente no. Un unico mezzo non può raggiungere tutti. Non nel cristianesimo. Non nell’avventismo. Non nell’evangelizzazione”.

Certamente vi sono molti aspetti positivi nell’evangelizzazione con Net: la possibilità di raggiungere un pubblico di massa, l’occasione di riunire insieme una Chiesa mondiale, e – francamente – un mezzo per dare continuità ed equilibrio a molte chiese che hanno dei bisogni in entrambi i campi. Ma vi sono aspetti negativi in Net ’98?

“Sì. Il più grave aspetto negativo è a mio parere il fatto di doversi affidare alla tecnologia per salvare delle anime. Per essere sincero, mi preoccupa che la nostra comunità di fede possa cullarsi in un senso di fatale fiducia nei mezzi tecnologici”.

Dunque vi è il pericolo che le chiese locali possano pensare che con l’acquisto di un equipaggiamento per il satellite abbiamo chiuso i loro compiti evangelistici per l’anno?

“Esattamente, questo è il punto. Se pensiamo che mettere uno schermo nelle nostre chiese significhi raggiungere la gente che ci circonda, abbiamo commesso un grosso errore. E’ tempo di svegliarsi e di guardare in faccia la realtà. Il fatto è che niente potrà mai essere superiore o sostituirsi al rapporto personale con il nostro prossimo, che è il solo mezzo che abbiamo per trasmettere realmente l’amore di Cristo. La parabola del buon samaritano, quella delle pecore e dei capri (Matteo 25) ci dicono quello che Dio risponderebbe: ‘Sciocchezze, ciò che più importa è il modo in cui trattate le persone'”.

Ma le chiese locali non potrebbero fare da s‚ tutto questo? Il vero problema potrebbe essere che le chiese locali non sono in grado di svolgere un programma come quello che tu vorresti sviluppare?

“Spero che non sia questo, il motivo. Spero anche che nessuno, in fase di programmazione, abbia avuto dubbi su questo. Certamente non sottoscriverei mai una premessa che possa far supporre in qualsiasi modo che le chiese locali, in qualunque luogo, non siano capaci di essere una luce splendente per Dio nella nostra società”.

Qual è il sistema migliore con cui le chiese locali potranno aiutare le persone che avranno deciso di darsi a Cristo durante Net ’98?

“L’unico modo, il migliore – il passo più importante – è di essere subito aperti e affettuosi con le persone che verranno. Se la chiesa locale fa da spettatrice per ventisette serate, guarda lo schermo, si gode il programma, guarda la gente uscire dalla porta e sta seduta sulle panche, tutto sarà stato inutile. Net ’98 è un messaggio relazionale. Sarebbe davvero tragico, se non implicasse un mandato in questo senso. Gesù faceva sempre precedere al suo messaggio un invito di tipo relazionale”.

Questa intervista sarà stampata alcuni mesi prima della serata di apertura di Net ’98. Cosa dovrebbero fare gli avventisti, per preparare Net ’98?

“E’ una domanda vitale. Ho due risposte. In primo luogo, dovremmo iniziare ora a costruire legami con persone non avventiste. Non si può aspettare fino al primo appuntamento di Net ’98, condurre in sala le persone e dire loro: ‘Vi presento Dwight’. Bisogna uscire fuori dalle chiese e mostrare amore per le persone. Ed ecco che ritorniamo al paradigma relazionale.

Il secondo passo è che all’amore deve essere affiancata la preghiera, con intensità. Non abbiamo mai raggiunto contemporaneamente i sei continenti. Vi potranno essere cento opportunità, dopo, ma questa è la prima. Quindi preghiamo, preghiamo, preghiamo. Avanti, sulle nostre ginocchia: è il solo mezzo con cui potremo avere successo”.

Intervista pubblicata in Adventist Review, april 1998. Traduzione a cura di Manuela Casti.