A CONFRONTO CON I PAESI DELL’UNIONE EUROPEA

di Salvatore Santo Gallo e Alessandro Cataldi

Premessa

Dopo decenni di eventi disastrosi, l’Argentina non è più il Paese che genera incertezza, come dimostra il regolare e marcato calo dei tassi d’interesse corrisposti per le obbligazioni del debito estero. Dall’altro lato il debito estero continua a scendere in relazione all’incremento del PIL. Il mondo ha riconquistato fiducia nell’Argentina, terra ricca di risorse naturali, di potenziale umano e vocazione al benessere. Questi tre fattori aiuteranno l’Argentina a riguadagnare posizioni nel mondo sulla base di una rinnovata competitività e un nuovo spirito di libertà. L’Argentina ha risolto i problemi legati alla crescita del PIL, alla debolezza della moneta, al controllo della spesa pubblica e ai problemi legati all’inflazione. Molti Paesi dell’Unione Politica e Monetaria Europea stanno affrontando gli stessi problemi tra i quali vanno ricordati:

il deprezzamento dell’Euro nei confronti del Dollaro a partire dal gennaio 1999;

l’inflazione e conseguente spinta rialzista del tasso di riferimento da parte della Banca Centrale Europea;

la necessità di ristrutturare il sistema previdenziale;

la necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica.

Vale allora la pena di vedere se il modello economico realizzato in Argentina possa essere esportato nell’Unione Europea, tenendo ben presenti le riforme economiche attuate nel Paese sudamericano e i risultati conseguiti.

Le riforme economiche più significative attuate in Argentina

In presenza di una antiquata economia imbavagliata e chiusa al resto del mondo, alla fine degli anni ottanta fu impostato un programma di politica economica che intendeva bilanciare le finanze pubbliche e spingeva per il ritorno del settore pubblico – così come il mercato dei beni e dei servizi –

alle loro specifiche funzioni; per allocare efficientemente le risorse e per una più appropriata distribuzione del reddito.

La legge sulla Riforma dello Stato (1989) fu il punto di partenza per una profonda ristrutturazione della finanza pubblica e per una ridefinizione dei compiti del settore pubblico. La legge ha prodotto un nuovo sistema di divisione dei compiti tra il settore pubblico, con i suoi diversi livelli organizzativi, e quello privato. Lo Stato Nazionale si faceva carico dell’offerta di servizi pubblici, della difesa della concorrenza nel mercato, del regolamento dei monopoli e dell’investimento in infrastrutture socialmente utili e non privatizzabili. Dall’altro lato, i servizi sociali ed altri di natura locale venivano trasferiti alle Province, con l’idea che quei servizi dovevano essere forniti dal livello di governo più vicino ai beneficiari.

Con riguardo alle imposte, le azioni sono state orientate a creare un sistema che seguisse principi di efficienza e equità, con l’obiettivo di un costante incremento nella loro raccolta. L’obiettivo della neutralità nello stanziamento delle risorse si è ottenuto mediante il coordinamento degli oneri fiscali tra i vari livelli di governo e semplificando il sistema in poche imposte ed eliminando fuorvianti “tasse d’emergenza”. L’obiettivo dell’equità è stato raggiunto con l’adozione di severi provvedimenti per combattere l’evasione fiscale e l’allargamento della base imponibile per incrementare il numero di contribuenti per le imposte sul reddito, l’IVA, quelle sul reddito lordo e sul patrimonio personale.

Il processo di privatizzazione – inteso come il trasferimento al settore privato di tutte quelle attività pubbliche che producono beni e servizi – (la cui offerta avviene attraverso l’uso di strumenti del mercato) ha completato la serie di azioni volte a rimuovere le cause strutturali del deficit fiscale cronico. Le privatizzazioni hanno rappresentato:

un importante flusso di cassa per il settore pubblico,

il rimborso di una significativa porzione di debito,

il trasferimento delle passività delle compagnie pubbliche ad appaltatori o concessionari.

Comunque, dietro l’aspetto fiscale, il processo ha raggiunto obiettivi molto più significativi e durevoli nel tempo. Innanzitutto esso era volto ad indirizzare gli investimenti privati verso attività pubbliche con eccellenti prospettive di profitto, poi a contribuire al rafforzamento del mercato dei capitali e infine a ridurre il livello delle tariffe dei servizi essenziali che hanno un grande impatto sul costo della produzione per il resto delle altre attività economiche.

La politica monetaria e creditizia della Banca Centrale Argentina durante il 1989 era fortemente condizionata dall’iperinflazione: perciò, doveva adeguarsi a quelle richieste, anche per evitare l’accentuarsi di quella tendenza e per prevenire una probabile bancarotta generale in termini di outflows dell’attivo monetario in valuta nazionale. L’alto costo sostenuto, in termini di deficit, per superare la prima crisi inflazionistica del luglio 1989 e le difficoltà affrontate per invertire il deficit strutturale del settore pubblico portarono ad una seconda crisi inflazionistica nel dicembre del 1989. Per evitare il ripetersi di un processo altamente costoso dal punto di vista sociale ed economico, le autorità disegnarono un programma all’inizio del 1990: questo eliminava il deficit, finanziando nel breve termine e con alti tassi d’interesse reali – che furono supervalutati per via delle aspettative negative del mercato – e – allo stesso tempo – soddisfaceva la maggior richiesta di valuta estera proveniente dal settore privato.

Il governo argentino promulgò un decreto che stabiliva che tutte le istituzioni finanziarie dovessero pagare gli utili corrispondenti all’azionista o all’investitore di riferimento in moneta nazionale.

La legge della Convertibilità (marzo 1991) stabilì la convertibilità dell’Austral (la moneta nazionale argentina di allora) con il Dollaro USA ad un tasso (A 10000 = USD 1) e perciò fece vendere alla Banca Centrale Argentina ogni quantità di valuta estera richiesta dal mercato a quel tasso di cambio facendole ritirare dalla circolazione ogni Austral acquistato. In più obbligò la Banca Centrale a mantenere permanentemente riserve internazionali liberamente disponibili (in oro, titoli e valuta estera) esattamente pari alla quantità della base monetaria circolante. Le riserve sono collaterali alla base monetaria e non sono soggette ad esserne legate. Inoltre la legge aboliva ogni legge o regolamento che potesse stabilire un meccanismo per adeguamenti monetari, indicizzazione dei prezzi o variazione del costo, anche quando il debitore era in arretrato con i pagamenti.

Nel 1992 fu approvata una legge di riforma del carattere della BCRA: garantiva alla Banca l’indipendenza da ogni altro potere costituito.

La legge stabilisce che l’obiettivo principale della Banca è preservare il valore della moneta e elimina, quindi, la possibilità di generazione del deficit; limita fortemente la capacità di garantire riscontri a istituzioni finanziarie e vieta temporaneamente gli anticipi e gli acquisti di titoli di stato. Per questo motivo, il governo è ora obbligato a trovare fonti genuine per finanziare la sua spesa e la politica monetaria non è più legata alla politica fiscale.

L’Amministrazione ha fissato una politica di indebitamento pubblico volta a ristabilire la vitalità finanziaria dello Stato nazionale e a ridurre il debito pubblico complessivo con una attività economica basata sul consolidamento e la ristrutturazione del debito pubblico estero e nazionale.

Nel frattempo venne approvata la Legge sull’Emergenza Economica (1989), che sospese l’efficacia dei regimi industriali e di promozione mineraria, il “comprate merce argentina” e le sovvenzioni mirate a stabilire prezzi o tariffe differenziali che influenzavano a diversi livelli le risorse del settore pubblico. Si ebbe così una politica di deregolamentazione del mercato che puntò a realizzare la completa efficacia dell’economia di mercato e a promuovere una ristrutturazione della produzione basata su un generale mutamento delle condizioni di competitività.

Venne stabilita la deregolamentazione dei principali mercati agricoli, delle industrie minerarie dei grossisti e degli esportatori. Tutti i monopoli di commercializzazione volti alla concentrazione dei mercati vennero aboliti e fu permessa l’apertura di nuovi mercati all’ingrosso nelle maggiori aree urbane di tutto il Paese. Inoltre vennero eliminate tutte le restrizioni allo sviluppo dell’attività al dettaglio poiché precludevano la crescita di nuovi modi di organizzazione del settore. Infine, venne introdotta la concorrenza nel mercato dei servizi professionali, che prima era soggetto a regolamentazioni riguardanti il prezzo dei servizi resi, i termini di riscossione e le condizioni di ingresso per i professionisti neolaureati. Gli enti normativi vennero sciolti al fine di raggiungere obiettivi quali la riconversione dei settori tradizionalmente protetti e altamente regolamentati (colture regionali, industrie ad alta intensità di capitale), l’alleggerimento degli oneri fiscali delle attività produttive ed un impatto favorevole sui conti pubblici come conseguenza dell’eliminazione di enti e sussidi non necessari.

Il sistema di pensionamento con pagamento via via che si sostengono le spese fu trasformato in un sistema integrato che riunisce il vecchio sistema con un sistema di capitalizzazione individuale. Il sistema integrato permette ai lavoratori di scegliere se restare nel sistema pubblico corrente oppure entrare in un fondo pensione privato.

L’impulso dato al mercato dei capitali si è tradotto in un maggior volume di scambio dei titoli privati e governativi. Le nuove norme hanno fornito al mercato una maggiore trasparenza, garantendo parità di requisiti informativi e di pubblicità. Esse hanno anche provveduto alla deregolamentazione delle attività degli operatori instaurando commissioni libere anziché imporre un sistema di margini fissi che faceva aumentare in modo artificiale il costo di ingresso e di uscita dal mercato.

Le barriere al commercio con l’estero sono state ridotte in maniera unilaterale e rilevante. La media dei dazi doganali all’importazione è stata ridotta – quasi tutte le restrizioni non relative ai dazi doganali sono state completamente eliminate – e i dazi all’esportazione tradizionalmente imposti sulle merci esportate sono stati aboliti.

La politica doganale prevedeva un rimborso per impedire il sorgere di ineguaglianze fra l’incentivo a vendere sul mercato interno e quello ad esportare. Riducendo le imposte indirette sulla produzione diminuiscono anche il livello e il rimborso sporadico. Di conseguenza i dazi all’importazione possono convergere su livelli più bassi.

Nel marzo 1991 venne creato Mercosur. Si tratta di un mercato comune che riunisce Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Le sue basi principali furono la creazione di un programma di liberalizzazione commerciale, la definizione di un dazio doganale per l’estero comune, il coordinamento delle politiche macroeconomiche dei Paesi membri e l’adozione di accordi settoriali.

Principali risultati macroeconomici conseguiti

La ripresa senza precedenti del settore produttivo registrata nel periodo 1991 – 1994 è stata collegata alla stabilità raggiunta. Il PIL è aumentato ad un tasso annuo cumulativo dell’8,9% grazie inizialmente al forte aumento dell’Investimento Interno Lordo e poi alle esportazioni. La recessione del 1995 ha evidenziato una diminuzione del PIL del 4,6%, che è proseguita fino al primo trimestre del 1996 (- 3,2%). Tuttavia, l’aumento registrato durante i tre trimestri successivi ha portato il PIL ad un aumento record del 4,4% nel 1996.

Il relativo taglio dei prezzi dei beni strumentali e il lungo periodo – durante il quale le decisioni relative agli investimenti sono state rinviate – hanno creato un ambiente favorevole per un aumento dell’inserimento di attivo nell’economia argentina, facendo registrare un aumento annuo di circa il 25,5%. Dopo essere diminuito per cinque trimestri, l’Investimento Fisso Lordo è aumentato del 7,4% nel secondo trimestre del 1996 e ha mantenuto questa tendenza durante l’anno, il che ha rappresentato un aumento del 7% rispetto al 1995.

Tuttavia, alcuni dei suoi elementi si sono comportati in maniera irregolare. L’importazione di beni strumentali – inclusi i pezzi di ricambio e le parti – è aumentata in maniera significativa (dollari USA 9,5 miliardi) non solo rispetto al 1995 ma anche rispetto al 1994, quando l’attività economica e l’investimento hanno raggiunto livelli record.

Il ripristino del completo ordine nella finanza pubblica ha favorito il recupero della solvibilità delle imposte. Per la prima volta, da decenni, il settore pubblico Argentino ha registrato un’eccedenza dopo aver pagato gli interessi e detratto i redditi dalle privatizzazioni. Il recupero economico insieme alla serie di riforme fiscali approvate nella seconda metà del 1996 ha permesso un aumento significativo del gettito fiscale (7,5%). Analogamente, la riscossione della IVA lorda è aumentata del 7,9%. L’aumento della riscossione ha favorito il miglioramento della situazione fiscale e perciò, alla fine del 1996, il deficit del settore pubblico nazionale era inferiore ai 6 miliardi di Pesos stabiliti in base alla ridefinizione degli obbiettivi fissata nell’Accordo di Stand-by con il Fondo Monetario Internazionale (F.M.I.).

L’attuazione della riforma strutturale e il miglioramento dei salari reali hanno contribuito al notevole incremento dell’attività della manodopera urbana. L’ampia gamma di opportunità di investimenti privati ha fatto sì che l’economia inizialmente assorbisse l’aumento indotto di offerta di manodopera. Tuttavia, questo non è avvenuto al ritmo auspicato, e contemporaneamente la promulgazione delle leggi di deregolamentazione relative alla manodopera ha subito ritardi.

Questi fattori hanno avuto un impatto sugli alti livelli raggiunti dal tasso di disoccupazione. D’altro canto, il processo di ripresa economica osservato nel 1996 non è stato completo per il mercato della manodopera. Nell’ottobre 1996 il tasso di occupazione è diminuito dal 34,0% al 34,6% (per la prima volta dal 1993).

Attualmente l’Amministrazione sta promuovendo riforme nel mercato della manodopera affinché la tendenza alla crescita possa essere accompagnata da un più rapido recupero del reddito dei lavoratori remunerati e di conseguenza essere più equa.

Il programma di estensione del credito con il FMI ha consentito all’Argentina di recuperare l’uso delle risorse del FMI e al suo governo di rientrare nei mercati internazionali dei capitali. Questo fatto – accompagnato dalle profonde riforme strutturali attuate – ha gettato le basi per l’accordo sul debito estero dell’Argentina con le banche commerciali. Il Piano Brady ha permesso di rinegoziare una parte significativa del debito estero in base a condizioni e tassi molto vantaggiosi per l’Argentina.

Come conseguenza, i capitali sono ritornati nel Paese, sia quelli dei residenti sia quelli dei non residenti, per essere utilizzati in numerose opportunità di investimento. L’evoluzione dell’indicatore “rischio sovrano” definita come il divario dei tassi di rendimento di diverse obbligazioni Argentine in dollari USA e le obbligazioni del Tesoro USA, rappresenta un segnale significativo di riduzione. L’indicatore di obbligazioni Brady ha continuato a diminuire dagli ultimi due mesi del 1995, e in particolare verso la fine del 1996.

L’afflusso dei capitali e il recupero della fiducia nella valuta nazionale sono stati messi in evidenza dalla forte crescita delle risorse monetarie totali nell’ambito della convertibilità che ha consentito un accumulo delle riserve internazionali superiore a 21,0 miliardi di dollari USA.

La scadenza degli investimenti e il conseguente aumento della produttività si sono tradotti in un aumento delle esportazioni dopo un lento sviluppo dei progetti eseguiti. Nel 1996 le esportazioni hanno superato i 20,9 miliardi di dollari USA e la tendenza al rialzo le ha portate ad un livello record nel 1996 (dollari USA 23,82 miliardi), peraltro destinato a salire negli anni successivi.

Con riguardo al commercio con l’estero è da rilevare che per effetto del decreto n. 2284/91 sulla deregolamentazione sono state abolite oltre 120 fra restrizioni quantitative, permessi, autorizzazioni e procedure preventive per l’esportazione di beni e servizi. Questo ha permesso di liberalizzare totalmente l’offerta di merce esportabile, e le uniche limitazioni mantenute sono state quelle riguardanti gli armamenti, il materiale nucleare e le specie protette in base ad accordi internazionali.

Tutte le restrizioni quantitative sulle importazioni sono state soppresse, eccetto quelle riguardanti l’industria automobilistica, per la quale è stato creato un sistema speciale. Soltanto le importazioni di medicinali e di prodotti alimentari sono ancora soggette al controllo preventivo di natura esclusivamente sanitaria. Nello stesso tempo sono state semplificate le procedure doganali riguardanti il pagamento delle imposte e si è adottato il principio dello sdoganamento diretto per tutte le merci importate.

Sono state anche abolite dodici tra imposte e diritti obbligatori su diverse attività regolamentate che venivano utilizzati per i fondi promozionali o a copertura del costo delle entità normative. L’imposta del 3 per cento sul valore delle esportazioni è stata eliminata.

L’abolizione di tutte queste imposte ha significato che il settore privato ha potuto smettere di trasferire al settore pubblico una somma pari a 500 milioni di dollari l’anno, con un miglioramento del 5% del tasso di scambio.

Infine, sono stati abrogati tutti i regimi di incentivi come quelli per l’acciaio e per le industrie di costruzioni aeronautiche e navali.