Home > Focus> Elfriede Jelinek, effetto Nobel?

08:03 – mercoledì 25 aprile 2007

Elfriede Jelinek, effetto Nobel?

Effetto Nobel: adesso tutti si accorgono di Elfriede Jelinek, la scrittrice austriaca fresca di consacrazione da parte dell’Accademia svedese.

Ma della Jelinek si era già sentito parlare: certamente i devoti di Heider la conoscevano bene, bollandola come nemica pubblica della fiera ed orgogliosa Austria neo-nazista. E la conosceva anche – indirettamente – chi si era scosso vedendo La pianista, film magistralmente interpretato da Isabelle Huppert.

Eppure Elfriede Jelinek è, anche, una drammaturga: combattiva scrittrice di teatro, e di molte belle pagine di teatro. In Italia, allora, è stata la compagnia Quellicherestano a mettere in scena, per la prima volta assoluta, un testo della Jelinek: nel 2001, infatti, Werner Waas, con Fabrizio Parenti e il gruppo di danza Travirovesce, allestiva L’addio. Prima di allora nulla, e poi tanto meno. Si spera che adesso, a Nobel consegnato, qualche altro teatrante si ricordi dell’aspra scrittura della austriaca.

Ma, certo, il lavoro di Waas sembra trovare nella scrittura della Jelinek un naturale punto di sbocco. Da sempre interessata a quello che – con una formula banale e forse troppo onnicomprensiva – possiamo chiamare il «disagio del Novecento», la compagnia Quellicherestano ha ostinatamente percorso strade non facili. Negli ultimi anni ha fatto conoscere Schwab, Achternbusch (forse non prenderà mai un Nobel, ma varrebbe la pena riflettere a lungo su questo autore-artista), e ancora un inedito Lorca, pagine meno frequentate di M&uulm;ller, fino al confronto con il Moravia e certa scrittura italiana contemporanea: Natalia Ginzburg, Antonio Moresco, Aldo Nove.

Lavori sempre spiazzanti, poco classificabili, volutamente sporchi, a volte «estenuanti» per pubblico e attori. Lavori dove il personaggio è scarnificato e sacrificato sull’altare della falsità (totale) dell’attore: l’attore non entra nel personaggio, mostra se stesso in quanto personaggio e svela la propria, inguardabile e patetica contraddittorietà. La disperata vitalità di un annegato prima di affondare: nel teatro di Quellicherestano l’attore è un uomo che si guarda morire, magari ridendo.

E nell’opera della Jelinek, ne L’addio in particolare, vi è più di una traccia di tutto questo. In un «harem» pedofilo, si assiste ad un monologo/comizio di un tipo-Haider davanti ai «bei fanciulli» del suo partito: uno dei tanti «grandi» dittatori di questi irrilevanti anni discetta spiega, urla, scherza, insulta, pianifica, illude. La parola vuota, consunta e farraginosa svela il suo volto peggiore: scopre gli ingranaggi, la violenza sottesa, il ridondante e nauseabondo odore.

Da L’addio si esce, naturalmente, divertiti e scossi: come dopo aver assistito ad un’operazione chirurgica, restano impressi negli occhi delle immagini distorte di corpi che conoscevamo – abitualmente – in altro modo. Forse perché la Jelinek non fa altro che aprire quei corpi, mostrare grasso, muscoli, ossa, nervi, organi di un uomo in disfacimento.

E il Nobel, allora, con la sua puntuale motivazione, premia un’autrice che sa, che ha voluto, denunciare la follia del suo (nostro) tempo, che ha fatto del proprio teatro uno strumento di impegno e lotta contro la demagogia, la spettacolarizzazione di una politica arraffona, di una società privata di memoria e di sensibilità. (20 ottobre 2004)

di andrea porcheddu