La copertina del libro Love, Bob, pubblicato da Archinto

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Bob Wilson. Dai fax alla visual art

In una lectio magistralis alla Triennale di Milano, tredici anni fa, Bob Wilson con la provocatorietà tipica dei grandi maestri, sosteneva di non sapere usare né il fax, né la segreteria telefonica, di essere disinteressato al computer e di non sapere come si accendesse un televisore. Eppure in questi giorni, in cui l’artista americano ha trionfato alla Scala nell’Orfeo di Monteverdi, è uscito per i tipi di Archinto un delizioso e prezioso libriccino (Love, Bob, 100 pagine, 16 euro) nato proprio da alcuni dei fax, scelti dall’autore, inviati dal mitico Bob nell’arco di un tempo che va dal 1995 a oggi. Mi sono chiesta: forse Wilson, in questo scorcio di anni ha imparato l’uso del fax?

Niente di tutto questo: interrogato, caparbiamente conferma il suo assoluto disinteresse nei confronti dei fax. Eppure il libro c’è, è qui, introdotto dalla brillante prefazione di Umberto Eco, che gli dà allegramente del “matto”. Ma i fax di Bob non hanno nulla a che fare con i fax così come li intendiamo. Al contrario, nel rigore del bianco e del nero, sono delle opere d’arte, sia pure d’occasione, un libro degli amici e dei luoghi, in Europa e in America, dove Wilson soggiorna nel corso della sua frenetica attività che mescola teatro e lirica, scenografia e pittura, costumi e foto in un abbacinante intrecciarsi di cose e di generi, di volti e di nomi, di suoni e di ricordi. Questi fax, che hanno a che fare con la pittura e che sembrano guardare a Mondrian ma anche all’avanguardia russa, non sono una fuga ma ci raccontano moltissimo di Bob e soprattutto ci fanno capire il suo interesse per tutto ciò che è teatro nel suo mescolarsi vitale con le arti più diverse.

I fax sono indirizzati a persone lontanissime una dall’altra, da Sophia Loren alla sua danzatrice-musa Lucinda Childs, da Michel Piccoli a Giorgio Armani, dal compagno di mille avventure artistiche Phil Glass a Richard Gere,da Isabella Rossellini a Lou Reed, dal grande fotografo David LaChapelle alla madre putativa di tutto il nuovo teatro americano, Judith Malina, a Cristopher Knowles, il ragazzo autistico che è stato una delle fonte ispiratrici dei suoi primi formidabili spettacoli, costruiti attorno a una lingua spezzata, ripetitiva, ossessiva che si scontra con gli oggetti, con il silenzio, con la musica, con l’unicità onirica della visione, là dove la linea dello spazio incontra quella del tempo, l’occhio interiore di tutte le cose nel farsi e disfarsi, di una realtà della scena che è ben diversa da quella quotidiana. Così nelle linee lunghe e sottili, in quelle panciute, nelle lettere che sfidano la legge di gravità, Wilson si racconta e si nasconde, rivelandoci soprattutto il senso di Bob per la creazione aperta, per quel divenire, quello scambio fra le arti che è la vera ossatura della cultura contemporanea.

Sostanzialmente diverso, all’apparenza, il Bob Wilson che ci viene incontro nelle sale di Palazzo Reale, abbuiate ad arte, che contengono la sua mostra intitolata Voom (fino al 4 di ottobre) costruita attorno ai ritratti di personaggi del jet set e dello star system, ma anche animali, gente comune colta in un’apparente immobilità ma resa viva, vitale, pulsante, per un movimento degli occhi, per un respiro di diaframma, per il girarsi lento della testa, per le azioni compiute dai suoi protagonisti, passate al rallentatore e quasi impercettibili a un occhio non attento. Ecco una Jean Moreau quasi pietrificata nel suo costume di Maria Stuart; eco Johnny Depp con la sua aria da maledetto, il pastore de la Brie Celine catturato nel suo lento respiro ondulato, Steve Buscemi ripreso a preparare la carne, Wynona Ryder immersa come la Winnie di Giorni felici di Beckett in una montagna di sabbia con una pistola e uno spazzolino da denti piantati di fronte a sé, Robert Downey jr che sulla musica di Tom Waits offre il suo corpo a una lezione di anatomia rembrantiana, uno scultoreo Mikhail Baryshnikov trafitto dalle frecce come un San Sebastiano, la possente muscolatura in evidenza, le vene come strade di una storia del suo corpo…

Nelle registrazioni di voci e suoni, nell’apparente calma e nitore di un mondo che in realtà vibra di una vita nascosta e fisica, a molti misteriosa, nello spazio nero rotto da luci formidabili, che attraggono la nostra attenzione sui corpi e i volti di questi protagonisti non condannati a stare fermi ma a muoversi per l’eternità, è ancora il sessantanovenne ragazzo di Waco, il texano dagli occhi di ghiaccio, a raccontarci e a raccontarsi. Così vicino e così lontano.

di maria grazia gregori Bob Wilson. Dai fax alla visual art

23/09/2009