La mia rivincita a Cannes

“Dopo tredici anni ritorno sulla Croisette con due film. Sono due opere straniere. E allora ? Mi sono rimboccata le maniche, ho fatto scelte coraggiose e sono stata premiata. Nonostante tutto, amo il mio lavoro, anche se a volte lo vivo come un dramma. Come è accaduto quando ero sul set in Patagonia, mentre mio figlio rischiavia la vita a Roma, lontano da me”, confessa l’attrice.

Roma – Maggio

Tra le regine del Festival di Cannes (che si svolge dal 10 al 21 maggio) ce n’è una tutta italiana: Ornella Muti. A contenderle lo scettro, la splendida Monica Bellucci, interprete di Under Suspicion, il film del regista inglese Stephen Hopkins in cui recita al fianco di Gene Hackman. In un Festival che ha bandito dal concorso i film italiani, ben due attrici di casa nostra sono protagoniste di prodotti stranieri. “Mi ha fatto piacere vedere che per L’Espresso non sono più neanche un’attrice italiana”, osserva, ironica, la Muti, riferendosi alla copertina del settimanale, che cita la Bellucci come unica italiana presente al Festival. “In un certo senso questa internazionalità mi lusinga, anche se frutto di disinformazione”. La Muti si presenta a Cannes con ben due titoli: Jet Set (film prodotto dagli americani, in cui l’attrice recita al fianco di Lambent Wilson) e Tierra del fuego, sceneggiato da Luis Sepúlveda, coprodotto dall’italianissimo Massimo Vigliar e da partner cileni e spagnoli. Insomma, i nomi stranieri si sprecano, a sostegno di chi vuole vedere in crisi il cinema del nostro Paese. “Evidentemente il cinema italiano quest’anno non sarà stato all’altezza. Punto. Ma a me non va di far polemica, forse perché ogni volta che ho ceduto alla tentazione sono stata fraintesa e ho finito per piangere su me stessa. Sono felice ed emozionata, questo sì”.

Domanda. Comunque, è significativo che lei si presenti a questo Festival con prodotti stranieri.

Risposta. “Beh, vuol dire che mi sono rimboccata le maniche e che mi sono messa a lavorare, a tanto. Alla fine sono stata premiata. Basta non aver paura di leggere i copioni, di scegliere, di dire no a proposte che ti umiliano. A volte in Italia tirano fuori il problema dell’età, come se una donna di quarant’anni non possa interpretare ruoli interessanti. I francesi questo problema lo sentono molto meno: penso a Catherine Deneuve, che è una diva da più di trent’anni e nessuno la tocca”.

D. Quante volte è stata a Cannes ?

R. “Una sola, nel 1987, con il film di Francesco Rosi Cronaca di una morte annunciata. Ero incinta, vivevo tra le nuvole per la felicità. II giorno dopo Libération uscì in edicola con un titolo che non dimenticherò mai: Chronigue d’une merde annoncée. Mancava poco che abortissi. Beh, quest’anno il rischio non lo corro: se non altro perché non sono incinta!”.

D. Lei è una delle poche attrici ilaliane conosciute a livello internazionale. II segreto del suo successo ?

R. “Sa che non lo so ? È strano, perché per natura non sono una che sgomita. C’è anche una dose di fortuna e poi il merito è anche del mio team. Un team tutto al femminile: Patrizia Cafiero, Moira Proietti, due amiche, due compagne di vita, con cui spesso mi siedo a tavolino a pianificare la mia carriera, la mia vita”.

D. Vita e carriera, dunque, coincidono ?

R. “Dovrebbero scorrere su due binari paralleli. Dico dovrebbero, perché ogni volta che si incrociano son dolori. Come quando ero in Patagonia, a girare il film di Sepúlveda Tierra del fuego, che verrà presentato proprio a Cannes. Mi chiamano al telefono per dirmi che mio figlio Andrea sta malissimo, che bisogna ricoverarlo d’urgenza all’ospedale. Ho vissuto ore drammatiche, terribili, perché l’istinto mi portava a mettermi a nuotare per andare da lui. Prendendo il primo aereo, sarei arrivata a Roma solo due giorni dopo e non avrei potuto comunque stare al suo fianco nel momento più critico. A quel punto sono entrata in crisi come donna, come madre, perché in quel momento il mio posto era vicino a mio figlio, in ospedale, non sul set. Mi sono attaccata al telefono come una disperata, spendendo nove milioni e mezzo di bolletta. Alla fine, tutto è tornato sotto controllo, ma sono rimasta giorni interi a chiedermi se il mio lavoro non pretendesse un po’ troppo dalla mia vita”.

D. Che risposta si è data ?

R. “Che se ho fatto uno sbaglio è solo per amore. Amore per il mio lavoro, ma anche per i miei figli e per il mio compagno: in fondo, se ero andata in Patagonia era perché avevo alle spalle degli affetti che mi avrebbero permesso di vivere per qualche tempo quella lontananza. Sa che le dico ? Che l’importante è amare. Se segui la logica dell’amore, grossi macigni sulla coscienza non ne hai. Al più ti ritrovi solo qualche sassolino nella scarpa”.

Alfonso Signorini